Davvero
complimenti, non cìè che dire,
il mondo è proprio in buone mani.
IL
TG1 che trasmette sull'Iraq quasi esclusivamente i superficiali
servizi-gossip di LILLI GRUBER e censura quelli di un grande reporter
come ENNIO REMONDINO.
IL CLAN DEI PETROLIERI
dell'amministrazione Bush e i loro tira / leccapiedi
(G.W.Bush,
D.Cheney, D.Rumsfeld, C.Rice, Ashcroft, Wolfowitz e la colombella
Powell, insieme ai nostri Berlusconi, Martino e Frattini, a "baby-bomber"
Tony Blair, al Premier australiano "sfiduciato" John
Howard e a tanti altri)
ECCO LE
VERE RAGIONI DELLA LORO GUERRA
Dossier
sintetico
CONTESTO
"Nuove ricerche suggeriscono che la produzione globale di
petrolio
raggiungerà il picco fra il 2010 e il 2020 (secondo alcuni
addirittura prima del 2010). In altre parole, in quell'arco di
tempo metà delle riserve stimate disponibili del pianeta
sarà consumata. Una volta raggiunto il picco, i prezzi
del petrolio cominceranno a crescere inarrestabilmente, mentre
nazioni, aziende e consumatori faranno a gara per procurarsi la
rimanente metà delle riserve.[.]. Gli Stati Uniti, per
molto tempo leader della produzione di petrolio, hanno sperimentato
in questo settore un costante declino a partire dal 1970, anno
in cui l'estrazione petrolifera americana ha raggiunto il picco.
Da quel momento è iniziata la loro sempre maggiore dipendenza
dalle importazioni. Oggi, gli Stati Uniti rimangono il principale
consumatore di greggio: la popolazione americana, che costituisce
soltanto il 5% di quella mondiale, consuma il 26% del petrolio
prodotto ogni anno nel mondo."
JEREMY RIFKIN, presidente
della Foundation on Economic Trends di Washington
PRESUPPOSTI
"In un momento in cui la produzione petrolifera interna degli
Stati Uniti conosce un calo a lungo termine mentre la domanda
cresce di giorno in giorno, gli Stati Uniti dipendono sempre più
dai maggiori produttori stranieri come l'Iraq e l'Arabia Saudita.
Tuttavia non è l'attuale flusso di petrolio iracheno che
preoccupa Washington, bensì le prospettive a lungo termine.
Secondo recenti calcoli del dipartimento dell'energia, nel 2020
gli Stati Uniti
avranno bisogno di importare 17 milioni di barili di petrolio
al giorno, sei milioni in più rispetto ad oggi. La maggior
parte dovrà venire dal Golfo Persico, perché solo
quest'area possiede sufficienti riserve per aumentare sostanzialmente
la produzione. L'Iraq è l'unico stato oltre all' Arabia
Saudita che nei prossimi dieci o venti anno possa aumentare la
produzione di milioni di barili al giorno."
MICHAEL
T. KLARE, Salon, USA
RAPPORTI UFFICIALI
"Un rapporto dell'inizio del 2001, predisposto congiuntamente
dal potente
Council on Foreign Relations e dal James A.Baker Institute for
Public Policy, metteva in luce il fatto che gli USA stanno per
finire il petrolio, prospettando anche l'eventuale " necessità
dell'intervento militare" per garantire approvvigionamenti
petroliferi. Intitolato "Strategic Energy Policy Challanges
for the 21st Century", il rapporto congiunto paventa la fine
del greggio abbondante e a basso prezzo. Il Council on Foreign
Relations
è uno dei gruppi più potenti tra quelli che influenzano
la politica americana. Affermando che "non c'è alternativa.
E non c'è tempo da perdere", il loro documento prospetta
in futuro l'esplosione dei prezzi dell 'energia, la recessione
economica e scontri sociali negli USA, a meno che non si trovino
risposte. L'accesso al petrolio viene citato ripetutamente come
un
"imperativo per la sicurezza". Uno dei "passi immediati"
che il Rapporto chiede è di verificare se si possa modificare
la politica USA in modo da velocizzare la disponibilità
di "petrolio nella regione del bacino del Caspio". Questo
confermerebbe vecchie accuse secondo le quali le questioni energetiche
farebbero ombra all'agenda americana sull' Afghanistan."
RITT
GOLDSTEIN
"Gli
strateghi americani vogliono inoltre garantirsi l'accesso alle
ingenti riserve petrolifere irachene, e impedire che finiscano
sotto il controllo esclusivo delle compagnie petrolifere russe,
cinesi o europee. La priorità dell'amministrazione, cioè
a cquisizione di nuove riserve di petrolio in territorio straniero,
è stata esplicitataper la prima volta in un rapporto del
National Energy Policy Developmant Group,pubblicato il 17 maggio
2001 (prima dell' 11 settembre n.d.r.) : Questo documento, redatto
dal vicepresidente Richard Cheney mette a punto una strategia
destinata a far fronte al previsto aumento dei consumi petroliferi
americani nel prossimo venticinquennio. Secondo il rapporto CHENEY,
il greggio importato, che nel 2001 rappresentava il 52% del fabbisogno
complessivo, dovrebbe arrivare nel 2020 al 66%. Ma dato che è
previsto anche un aumento del consumo totale, nel 2020 gl tati
Uniti dovranno importare il 60% di petrolio in più.[.].
PRIMO OBBIETTIVO: aumentare le importazioni dai paesi del Golfo
Persico, dove si trovano circa i due terzi delle riserve energetiche
mondiali.[.]. Il progetto USA di garantirsi l'accesso alle riserve
petrolifere di regioni cronicamente instabili può essere
realistico soltanto a condizione di
possedere la capacità di "proiettare" in queste
aree la propria potenza militare."
MICHAEL KLARE, Università
di Hampshire, Massachusetts
INTERESSI PRIVATI
"Con l'amministrazione Bush i giganti del petrolio americani
hanno
conquistato un accesso diretto alla pianificazione di operazioni
militari
e di intelligence, che possono influenzare a proprio vantaggio.
E' un successo della potente lobby petrolifera texana, che è
riuscita a far
nominare alcuni alti (ex) dirigenti di compagnie petrolifere in
posizioni chiave alla Difesa e agli Esteri.
La famiglia del presidente GEORGE W. BUSH ha gestito compagnie
petrolifere fin dal 1950 (vi ricordate il mitico tormentone DALLAS,
che tanto inchiodò gli italiani ai televisori ? Erano loro....
n.d.r.).
Il vicepresidente DICK CHENEY ha trascorso la seconda metà
degli anni Novanta come chief executive offier della Halliburton,
la maggiore fornitrice di servizi per le industrie petrolifere.
CONDOLEEZZA RICE, consigliere per la Sicurezza nazionale, ha fatto
parte del consiglio di amministrazione della Chevron, che ha battezzato
con il suo nome una petroliera. Il segretario del commercio Donald
Evans è stato per più di dieci anni chief executive
offier della Tom Brown Inc., una compagnia che possiede giacimenti
di gas naturale in Texas, Colorado e Wyoming. Ma i legami non si
esauriscono a livelo personale. La famiglia Bin Laden e altri membri
della ricchissima lite saudita (che deve il proprio patrimonio al
petrolio) hanno partecipato a numerose imprese d'affari della familia
Bush, proprio mentre l'industria energetica americana
contribuiva all'elezione di Bush. Dei 10 principali finanziatori
di sempre di George W. 6 provengono dal settore petrolifero o hanno
legami con esso."
MICHEL CHOSSUDOVSKI, Università
di Ottawa
CONTRO
LE GUERRE PER IL PETROLIO LASCIAMO A CASA LE AUTOMOBILI
Sintesi a cura del Gruppo di Azione Nonviolenta di Reggio Emilia
Fonte: Rete di Lilliput - GLT Nonviolenza
http://www.retelilliput.org/
Articolo
del Prof. Massimo Galuppi,
pubblicato sulle pagine napoletane
del Corriere della Sera (17-1-03)
La vicenda
della missione del Consiglio della Regione Campania in Iraq è
l'
ultima, convincente, dimostrazione della differenza abissale che
separa l'
empito umanitario dalla cruda realtà della politica. E
questo non tanto
perché la delegazione, dopo avere tassativamente escluso
qualsiasi contatto con rappresentanti ufficiali del governo iracheno,
ha dovuto accettare di incontrarsi con il vice primo ministro
Tareq Aziz. Ma soprattutto per l' ingenuità surreale di
convocare una conferenza stampa (tenutasi nella giornata di mercoledì
al primo piano del grattacielo del Centro direzionale) per illustrare
il contenuto di un video "girato nelle strade e negli ospedali
iracheni per raccontare all'Occidente che la popolazione irachena"
(come quella tedesca nel 1939 viene voglia di aggiungere) è
una popolazione pacifica, laboriosa e socievole". Con l'idea
sottintesa (ma neppure troppo) che le sue sofferenze sono il frutto
non tanto delle malefatte dei suoi governanti ma dell'embargo
imposto dall'Onu per volontà degli Stati Uniti. Un'idea
opinabile. E che, comunque, merita di essere contraddetta fermamente.
Diamo pure per scontato - anche se per alcuni pare che non lo
sia - che l'embargo fu deciso dal Consiglio di Sicurezza delle
Nazioni Unite nell'agosto del 1990, all'indomani dell'invasione
del Kuwait, e cioè di un brutale atto di aggressione che
determinò una condanna quasi unanime della comunità
internazionale. Ciò che il grande pubblico ignora (ma che
i membri della delegazione campana dovrebbero sapere) è
quel che accadde dopo.
Innanzitutto che le Nu (sulla base di un rapporto stilato nel
luglio del
1991) convennero che i disagi della popolazione irachena non erano
determinati dalla loro decisione presa nell'aprile precedente
di vietare l'
acquisto di vari tipi di prodotti qualificati come strategici
(risoluzione
687), ma dalla difficoltà di finanziare le importazioni
di cibo e
medicinali. In secondo luogo che, sulla base di questo assunto,
al governo
di Baghdad fu offerta la possibilità di esportare alcune
limitate quantità
di petrolio per acquistare beni di prima necessità (agosto
e settembre 1991, risoluzioni 706 e 712). E, infine, che questa
offerta fu respinta dai
governanti iracheni. Una decisione di cui si possono capire le
ragioni
politiche ma le cui conseguenze non andrebbero imputate alle Nazioni
Unite o agli Stati Uniti, ma all'orgoglio nazionale iracheno o
ai calcoli di potere di Saddam Hussein e dei suoi amici. Tale
rifiuto si protrasse fino al dicembre del 1996 quando finalmente,
dopo diciotto mesi di trattative, il governo iracheno diede il
suo assenso al programma Oil-for-Food (aprile
1995, risoluzione 986) che gli consentiva di vendere petrolio
per un importo semestrale di oltre 2 miliardi di dollari destinati
all'acquisto di un numero ristretto di prodotti. Nel 1998 l'autorizzazione
si elevò a oltre 5 miliardi di dollari e l'anno successivo
(1999) ogni limite quantitativo fu eliminato; un'opportunità
che, tuttavia, poté essere utilizzata solo in
parte per il cattivo stato dell'industria petrolifera irachena.
Nel 1998 il
programma allargò la sua sfera di applicazione consentendo
l'acquisto di
materiali e beni strumentali da destinare al funzionamento dei
pubblici
servizi e alla manutenzione di determinate infrastrutture, compresa
l'
industria petrolifera. In sei anni dal dicembre del 1996 al gennaio
del
2003) l'Iraq ha potuto esportare legalmente in media un po' meno
di un
milione e mezzo di barili di petrolio al giorno per un importo
complessivo
superiore ai 60 miliardi di dollari. Dollari destinati per circa
l'80 per
cento alle spese umanitarie, il che - secondo fonti delle Nu -
ha consentito un netto miglioramento (da 1.200 a 2.200 calorie)
della razione alimentare della popolazione irachena. Il resto
è servito a finanziare la gestione amministrativa del programma
e le operazioni della United Nations
Compensation Commission, l'agenzia che si occupa della liquidazione
dei
danni provocati dalla guerra di aggressione al Kuwait. Ma c'è
di più. Ciò
che le statistiche ufficiali non dicono è che vi sono 600.000
barili al
giorno (6 miliardi di dollari in un anno) che sfuggono al controllo
delle
Nu; il che porta le odierne esportazioni di petrolio iracheno
(2 milioni di
barili al giorno) al livello antecedente all'invasione del Kuwait,
anche se
inferiore di circa un terzo agli standard raggiunti nei periodi
migliori (3
milioni nel 1979), ossia prima dell'interminabile guerra scatenata
contro l'Iran all'inizio degli anni Ottanta. Una quantità
notevole di risorse
accumulata grazie alla complicità interessata di alcuni
paesi (Siria,
Giordania, Turchia e Russia) e alla benevola tolleranza degli
Stati Uniti e
della Gran Bretagna, di cui, però, sono Saddam e la sua
cricca, e non il
popolo iracheno, i principali beneficiari. Secondo un rapporto
pubblicato
nel settembre del 2002 da Coalition for International Justice
(una
organizzazione umanitaria no profit che ha sede a Washington)
il
contrabbando ed altre operazioni sporche collegate al mercato
del petrolio
contribuiscono alla fortuna personale di Saddam Hussein e della
sua famiglia per una cifra, "destinata a crescere",
valutata a circa 2 miliardi e mezzo di dollari all'anno; più
o meno 10 miliardi negli ultimi cinque anni, ossia un sesto dell'introito
del programma Oil-for- Food. Di tutto questo non vi è traccia,
purtroppo, nelle riflessioni dei membri della delegazione del
Consiglio regionale della Campania reduci da Baghdad. Per loro
occorrono "medicinali, coperte, tende e ambulanze" indispensabili
per far fronte ai "drammatici effetti dell'embargo"
cui è sottoposto l'Iraq da oltre dieci anni e che ha provocato
il "decesso di oltre un milione e mezzo di persone"
(comunicato Asca del 10 gennaio 2003). Tutto il resto non li riguarda.
Si sentono spalleggiati da autorevoli giornali per i quali "è
tutta la vita sociale irachena" ad essere minacciata "dal
cancro" delle sanzioni (Le Monde Diplomatique, gennaio 2003).
Sono forti delle loro convinzioni. Ritengono di avere visto e
ascoltato abbastanza. Hanno incontrato il principale collaboratore
di un autocrate spietato e sanguinario (uno dei più spietati
e sanguinari del XX secolo) che ha inflitto sofferenze immani
al suo popolo e i suoi sfortunati vicini, ma dicono di averlo
fatto "solo per ricambiare l' ospitalità", e
non vogliono sapere altro. Non si rendono conto del fatto che
l'embargo, più che essere ingiusto, è uno strumento
di pressione inefficace.
Trascurano il vero dilemma morale posto dalla sua prolungata utilizzazione:
se, come sostiene Bernard Lewis (uno dei più autorevoli
orientalisti
contemporanei), bisogna disfarsi di Saddam e dare agli iracheni
la
possibilità di vivere in un paese migliore oppure lasciare
le cose come
stanno. Una soluzione, quest'ultima, che si raccomanda per molte
e
giustificate ragioni, alcune delle quali di notevole importanza.
Ragioni
che, tuttavia, non hanno nulla a che fare con le opinioni, le
aspirazioni o
gli interessi degli iracheni.
MASSIMO GALLUPPI