PAPA: RESPONSABILI GUERRA "DAVANTI A DIO"

"Chi decide che sono esauriti i mezzi pacifici che il diritto internazionale mette a disposizione, si assume una grande responsabilità davanti a Dio, alla sua coscienza e alla Storia". Questa la dichiarazione del portavoce de Vaticano, Navarro-Valls, sui recenti sviluppi della crisi irachena.


 

TONY BLAIR
E IL SUO SENSO MORALE

Lui ha sostenuto il 12/2 alla Camera dei Comuni che la sola
alternativa alla guerra "sarebbero sanzioni economiche che
finirebbero con l'uccidere migliaia di iracheni"
(se non se ne
fosse ancora accorto, questo sta già succedendo da oltre 10 anni).
Perciò "pensare di continuare a imporre sanzioni anno dopo
anno non farebbe che provocare la morte di migliaia di vittime
innocenti
" (se dice cose del genere, ammette di avere già
sulla coscienza centinaia di migliaia di morti).
"Anche la guerra, ha concesso Blair "uccide innocenti", ma in modo
più rapido e quindi, evidentemente per il premier britannico, meno
problematico da un punto di vista morale.

Davvero complimenti, non cìè che dire,
il mondo è proprio in buone mani.




IL TG1 che trasmette sull'Iraq quasi esclusivamente i superficiali servizi-gossip di LILLI GRUBER e censura quelli di un grande reporter come ENNIO REMONDINO.

IL CLAN DEI PETROLIERI
dell'amministrazione Bush e i loro tira / leccapiedi

(G.W.Bush, D.Cheney, D.Rumsfeld, C.Rice, Ashcroft, Wolfowitz e la colombella Powell, insieme ai nostri Berlusconi, Martino e Frattini, a "baby-bomber" Tony Blair, al Premier australiano "sfiduciato" John Howard e a tanti altri)

ECCO LE VERE RAGIONI DELLA LORO GUERRA

Dossier sintetico

CONTESTO
"Nuove ricerche suggeriscono che la produzione globale di petrolio
raggiungerà il picco fra il 2010 e il 2020 (secondo alcuni addirittura prima del 2010). In altre parole, in quell'arco di tempo metà delle riserve stimate disponibili del pianeta sarà consumata. Una volta raggiunto il picco, i prezzi del petrolio cominceranno a crescere inarrestabilmente, mentre nazioni, aziende e consumatori faranno a gara per procurarsi la rimanente metà delle riserve.[.]. Gli Stati Uniti, per molto tempo leader della produzione di petrolio, hanno sperimentato in questo settore un costante declino a partire dal 1970, anno in cui l'estrazione petrolifera americana ha raggiunto il picco. Da quel momento è iniziata la loro sempre maggiore dipendenza dalle importazioni. Oggi, gli Stati Uniti rimangono il principale consumatore di greggio: la popolazione americana, che costituisce soltanto il 5% di quella mondiale, consuma il 26% del petrolio prodotto ogni anno nel mondo."
JEREMY RIFKIN, presidente della Foundation on Economic Trends di Washington



PRESUPPOSTI

"In un momento in cui la produzione petrolifera interna degli Stati Uniti conosce un calo a lungo termine mentre la domanda cresce di giorno in giorno, gli Stati Uniti dipendono sempre più dai maggiori produttori stranieri come l'Iraq e l'Arabia Saudita. Tuttavia non è l'attuale flusso di petrolio iracheno che preoccupa Washington, bensì le prospettive a lungo termine. Secondo recenti calcoli del dipartimento dell'energia, nel 2020 gli Stati Uniti
avranno bisogno di importare 17 milioni di barili di petrolio al giorno, sei milioni in più rispetto ad oggi. La maggior parte dovrà venire dal Golfo Persico, perché solo quest'area possiede sufficienti riserve per aumentare sostanzialmente la produzione. L'Iraq è l'unico stato oltre all' Arabia Saudita che nei prossimi dieci o venti anno possa aumentare la produzione di milioni di barili al giorno."
MICHAEL T. KLARE, Salon, USA



RAPPORTI UFFICIALI

"Un rapporto dell'inizio del 2001, predisposto congiuntamente dal potente
Council on Foreign Relations e dal James A.Baker Institute for Public Policy, metteva in luce il fatto che gli USA stanno per finire il petrolio, prospettando anche l'eventuale " necessità dell'intervento militare" per garantire approvvigionamenti petroliferi. Intitolato "Strategic Energy Policy Challanges for the 21st Century", il rapporto congiunto paventa la fine del greggio abbondante e a basso prezzo. Il Council on Foreign Relations
è uno dei gruppi più potenti tra quelli che influenzano la politica americana. Affermando che "non c'è alternativa. E non c'è tempo da perdere", il loro documento prospetta in futuro l'esplosione dei prezzi dell 'energia, la recessione economica e scontri sociali negli USA, a meno che non si trovino risposte. L'accesso al petrolio viene citato ripetutamente come un
"imperativo per la sicurezza". Uno dei "passi immediati" che il Rapporto chiede è di verificare se si possa modificare la politica USA in modo da velocizzare la disponibilità di "petrolio nella regione del bacino del Caspio". Questo confermerebbe vecchie accuse secondo le quali le questioni energetiche farebbero ombra all'agenda americana sull' Afghanistan."
RITT GOLDSTEIN

 

"Gli strateghi americani vogliono inoltre garantirsi l'accesso alle ingenti riserve petrolifere irachene, e impedire che finiscano sotto il controllo esclusivo delle compagnie petrolifere russe, cinesi o europee. La priorità dell'amministrazione, cioè a cquisizione di nuove riserve di petrolio in territorio straniero, è stata esplicitataper la prima volta in un rapporto del National Energy Policy Developmant Group,pubblicato il 17 maggio 2001 (prima dell' 11 settembre n.d.r.) : Questo documento, redatto dal vicepresidente Richard Cheney mette a punto una strategia destinata a far fronte al previsto aumento dei consumi petroliferi americani nel prossimo venticinquennio. Secondo il rapporto CHENEY, il greggio importato, che nel 2001 rappresentava il 52% del fabbisogno complessivo, dovrebbe arrivare nel 2020 al 66%. Ma dato che è previsto anche un aumento del consumo totale, nel 2020 gl tati Uniti dovranno importare il 60% di petrolio in più.[.].
PRIMO OBBIETTIVO: aumentare le importazioni dai paesi del Golfo Persico, dove si trovano circa i due terzi delle riserve energetiche mondiali.[.]. Il progetto USA di garantirsi l'accesso alle riserve petrolifere di regioni cronicamente instabili può essere realistico soltanto a condizione di
possedere la capacità di "proiettare" in queste aree la propria potenza militare."
MICHAEL KLARE, Università di Hampshire, Massachusetts




INTERESSI PRIVATI

"Con l'amministrazione Bush i giganti del petrolio americani hanno
conquistato un accesso diretto alla pianificazione di operazioni militari
e di intelligence, che possono influenzare a proprio vantaggio.
E' un successo della potente lobby petrolifera texana, che è riuscita a far
nominare alcuni alti (ex) dirigenti di compagnie petrolifere in posizioni chiave alla Difesa e agli Esteri.
La famiglia del presidente GEORGE W. BUSH ha gestito compagnie
petrolifere fin dal 1950 (vi ricordate il mitico tormentone DALLAS, che tanto inchiodò gli italiani ai televisori ? Erano loro.... n.d.r.).
Il vicepresidente DICK CHENEY ha trascorso la seconda metà degli anni Novanta come chief executive offier della Halliburton, la maggiore fornitrice di servizi per le industrie petrolifere.
CONDOLEEZZA RICE, consigliere per la Sicurezza nazionale, ha fatto parte del consiglio di amministrazione della Chevron, che ha battezzato con il suo nome una petroliera. Il segretario del commercio Donald Evans è stato per più di dieci anni chief executive offier della Tom Brown Inc., una compagnia che possiede giacimenti di gas naturale in Texas, Colorado e Wyoming. Ma i legami non si esauriscono a livelo personale. La famiglia Bin Laden e altri membri della ricchissima lite saudita (che deve il proprio patrimonio al petrolio) hanno partecipato a numerose imprese d'affari della familia Bush, proprio mentre l'industria energetica americana
contribuiva all'elezione di Bush. Dei 10 principali finanziatori di sempre di George W. 6 provengono dal settore petrolifero o hanno legami con esso."
MICHEL CHOSSUDOVSKI, Università di Ottawa

 

CONTRO LE GUERRE PER IL PETROLIO LASCIAMO A CASA LE AUTOMOBILI
Sintesi a cura del Gruppo di Azione Nonviolenta di Reggio Emilia
Fonte: Rete di Lilliput - GLT Nonviolenza
http://www.retelilliput.org/


Articolo del Prof. Massimo Galuppi,
pubblicato sulle pagine napoletane
del Corriere della Sera (17-1-03)

La vicenda della missione del Consiglio della Regione Campania in Iraq è l'
ultima, convincente, dimostrazione della differenza abissale che separa l'
empito umanitario dalla cruda realtà della politica. E questo non tanto
perché la delegazione, dopo avere tassativamente escluso qualsiasi contatto con rappresentanti ufficiali del governo iracheno, ha dovuto accettare di incontrarsi con il vice primo ministro Tareq Aziz. Ma soprattutto per l' ingenuità surreale di convocare una conferenza stampa (tenutasi nella giornata di mercoledì al primo piano del grattacielo del Centro direzionale) per illustrare il contenuto di un video "girato nelle strade e negli ospedali iracheni per raccontare all'Occidente che la popolazione irachena" (come quella tedesca nel 1939 viene voglia di aggiungere) è una popolazione pacifica, laboriosa e socievole". Con l'idea sottintesa (ma neppure troppo) che le sue sofferenze sono il frutto non tanto delle malefatte dei suoi governanti ma dell'embargo imposto dall'Onu per volontà degli Stati Uniti. Un'idea opinabile. E che, comunque, merita di essere contraddetta fermamente. Diamo pure per scontato - anche se per alcuni pare che non lo sia - che l'embargo fu deciso dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite nell'agosto del 1990, all'indomani dell'invasione del Kuwait, e cioè di un brutale atto di aggressione che determinò una condanna quasi unanime della comunità internazionale. Ciò che il grande pubblico ignora (ma che i membri della delegazione campana dovrebbero sapere) è quel che accadde dopo.
Innanzitutto che le Nu (sulla base di un rapporto stilato nel luglio del
1991) convennero che i disagi della popolazione irachena non erano
determinati dalla loro decisione presa nell'aprile precedente di vietare l'
acquisto di vari tipi di prodotti qualificati come strategici (risoluzione
687), ma dalla difficoltà di finanziare le importazioni di cibo e
medicinali. In secondo luogo che, sulla base di questo assunto, al governo
di Baghdad fu offerta la possibilità di esportare alcune limitate quantità
di petrolio per acquistare beni di prima necessità (agosto e settembre 1991, risoluzioni 706 e 712). E, infine, che questa offerta fu respinta dai
governanti iracheni. Una decisione di cui si possono capire le ragioni
politiche ma le cui conseguenze non andrebbero imputate alle Nazioni Unite o agli Stati Uniti, ma all'orgoglio nazionale iracheno o ai calcoli di potere di Saddam Hussein e dei suoi amici. Tale rifiuto si protrasse fino al dicembre del 1996 quando finalmente, dopo diciotto mesi di trattative, il governo iracheno diede il suo assenso al programma Oil-for-Food (aprile
1995, risoluzione 986) che gli consentiva di vendere petrolio per un importo semestrale di oltre 2 miliardi di dollari destinati all'acquisto di un numero ristretto di prodotti. Nel 1998 l'autorizzazione si elevò a oltre 5 miliardi di dollari e l'anno successivo (1999) ogni limite quantitativo fu eliminato; un'opportunità che, tuttavia, poté essere utilizzata solo in
parte per il cattivo stato dell'industria petrolifera irachena. Nel 1998 il
programma allargò la sua sfera di applicazione consentendo l'acquisto di
materiali e beni strumentali da destinare al funzionamento dei pubblici
servizi e alla manutenzione di determinate infrastrutture, compresa l'
industria petrolifera. In sei anni dal dicembre del 1996 al gennaio del
2003) l'Iraq ha potuto esportare legalmente in media un po' meno di un
milione e mezzo di barili di petrolio al giorno per un importo complessivo
superiore ai 60 miliardi di dollari. Dollari destinati per circa l'80 per
cento alle spese umanitarie, il che - secondo fonti delle Nu - ha consentito un netto miglioramento (da 1.200 a 2.200 calorie) della razione alimentare della popolazione irachena. Il resto è servito a finanziare la gestione amministrativa del programma e le operazioni della United Nations
Compensation Commission, l'agenzia che si occupa della liquidazione dei
danni provocati dalla guerra di aggressione al Kuwait. Ma c'è di più. Ciò
che le statistiche ufficiali non dicono è che vi sono 600.000 barili al
giorno (6 miliardi di dollari in un anno) che sfuggono al controllo delle
Nu; il che porta le odierne esportazioni di petrolio iracheno (2 milioni di
barili al giorno) al livello antecedente all'invasione del Kuwait, anche se
inferiore di circa un terzo agli standard raggiunti nei periodi migliori (3
milioni nel 1979), ossia prima dell'interminabile guerra scatenata contro l'Iran all'inizio degli anni Ottanta. Una quantità notevole di risorse
accumulata grazie alla complicità interessata di alcuni paesi (Siria,
Giordania, Turchia e Russia) e alla benevola tolleranza degli Stati Uniti e
della Gran Bretagna, di cui, però, sono Saddam e la sua cricca, e non il
popolo iracheno, i principali beneficiari. Secondo un rapporto pubblicato
nel settembre del 2002 da Coalition for International Justice (una
organizzazione umanitaria no profit che ha sede a Washington) il
contrabbando ed altre operazioni sporche collegate al mercato del petrolio
contribuiscono alla fortuna personale di Saddam Hussein e della sua famiglia per una cifra, "destinata a crescere", valutata a circa 2 miliardi e mezzo di dollari all'anno; più o meno 10 miliardi negli ultimi cinque anni, ossia un sesto dell'introito del programma Oil-for- Food. Di tutto questo non vi è traccia, purtroppo, nelle riflessioni dei membri della delegazione del Consiglio regionale della Campania reduci da Baghdad. Per loro occorrono "medicinali, coperte, tende e ambulanze" indispensabili per far fronte ai "drammatici effetti dell'embargo" cui è sottoposto l'Iraq da oltre dieci anni e che ha provocato il "decesso di oltre un milione e mezzo di persone" (comunicato Asca del 10 gennaio 2003). Tutto il resto non li riguarda. Si sentono spalleggiati da autorevoli giornali per i quali "è tutta la vita sociale irachena" ad essere minacciata "dal cancro" delle sanzioni (Le Monde Diplomatique, gennaio 2003). Sono forti delle loro convinzioni. Ritengono di avere visto e ascoltato abbastanza. Hanno incontrato il principale collaboratore di un autocrate spietato e sanguinario (uno dei più spietati e sanguinari del XX secolo) che ha inflitto sofferenze immani al suo popolo e i suoi sfortunati vicini, ma dicono di averlo fatto "solo per ricambiare l' ospitalità", e non vogliono sapere altro. Non si rendono conto del fatto che l'embargo, più che essere ingiusto, è uno strumento di pressione inefficace.
Trascurano il vero dilemma morale posto dalla sua prolungata utilizzazione:
se, come sostiene Bernard Lewis (uno dei più autorevoli orientalisti
contemporanei), bisogna disfarsi di Saddam e dare agli iracheni la
possibilità di vivere in un paese migliore oppure lasciare le cose come
stanno. Una soluzione, quest'ultima, che si raccomanda per molte e
giustificate ragioni, alcune delle quali di notevole importanza. Ragioni
che, tuttavia, non hanno nulla a che fare con le opinioni, le aspirazioni o
gli interessi degli iracheni.


MASSIMO GALLUPPI