RIFLESSIONI
E REPORTAGES
Pescara
Baghdad: missione possibile di pace
La
partenza
La possibilità di poter andare a Baghdad è di quelle
cose che fa battere il cuore: Baghdad la città delle mille
e una notte, la città di Harun Al-Rashid il califfo che
invia a Carlo il barbaro del nord come regalo per l'incoronazione
il proprio mantello come si fa con i vassalli; Baghdad la cui
costruzione spostando l'asse di interesse mussulmano verso oriente
ha di fatto bloccato l'ulteriore espansione verso occidente dei
mori non le truppe di Carlo Martello; E poi Baghdad è in
Mesopotamia, la terra tra i due fiumi dove tutto ciò che
ci riguarda ha avuto inizio: la cultura urbana, la scrittura,
il monoteismo…
L'arrivo in aeroporto il 7mattina è movimentato dalle notizie
lette sui giornali che parlano di fogli di via ed espulsioni e
comunque di un repentino cambio di situazione. Si decide di partire
lo stesso.
L'arrivo.
Scalo a Damasco e poi ore di jeep nel deserto. Unico modo di raggiungere
la capitale dell'Iraq il cui spazio aereo non è disponibile
che per aerei militari che bombardano. Una città che al
nuovo arrivato appare viva e normale, traffico intenso, negozi
aperti , vita che sembra non fermarsi 24 ore su 24, ristoranti
aperti, cantieri aperti ecc a chi ci è già stato
e ci torna per la terza o quarta volta Baghdad non è la
stessa. I volti, i gesti, i comportamenti rivelano una preoccupazione
profonda, che non è paura ma ansia di uscire da un tormento
infinito, la preoccupazione per i propri figli, per gli amici,
per il futuro. al minimo rumore anomalo, tutti alzano lo sguardo
al cielo. Girando nei suq, dietro il solito sorriso e cordiale
ospitalità, si avverte la necessità di accorciare
i tempi delle trattative di compravendita che di solito richiedono
ore intere e numerose tazze di té.Questo si è anomalo
in una terra in cui il tempo è ancora proprietà
di Allah. Non nascondono che per loro è fondamentale avere
valuta straniera perché hanno famiglia e devono provvedere
ai propri figli. Chi può, nessuno lo nega, porta i figli
e possibilmente tutta la famiglia all'estero come testimoniato
anche dal nostro autista Kassim, e da altri conoscenti; chi non
può si attrezza a sopravvivere scavando buche nell'atrio
delle proprie case che protegge con sacchetti di sabbia, più
che altro una ritualità scaramantica, impegnare le braccia
per alleviare l'ansia e che nulla può contro la potenza
delle armi da distruzione di massa, quelle vere, che il governo
USA si appresta a sganciare su 8 milioni di persone inermi a Baghdad.
Perché è chiaro a tutti questa è la guerra
per la conquista della capitale. Tutti si riforniscono di scorte
d'acqua (nestlè è la marca più diffusa),
nei quartieri si distribuisce farina, il governo ci dicono ha
fornito cibo per almeno 6 mesi.
Tutti mostrano la stessa ferma volontà a difendere la propria
terra fino all'ultimo uomo. L'impressione del compattamento della
popolazione intorno al governo è confermata dalla testimonianza
di un profugo kurdo incontrato a Damasco (Siria); imprigionato
e torturato più volte, ci ha raccontato di come gli sia
stato chiesto di partecipare al fronte di opposizione armata al
quale ha rifiutato di entrare ritenendo che prioritario in questo
momento è l'opposizione all'imperialismo americano una
guerra civile perchè in gioco c'è la sopravvivenza
stessa del popolo irakeno.
Il racconto
.I giorni a Baghdad sono stati movimentati dal continuo arrivo
di notizie a volte contraddittorie, l' andirivieni di giornalisti
e corrispondenti di guerra, il via vai degli scudi umani e delle
diverse delegazioni e le varie anime del movimento pacifista.
Era presente anche una delegazione del Social forum europeo che
si apprestava con difficoltà, a causa dei continui bombardamenti,
a fare un giro in diverse città irakene. C'erano dei monaci
buddisti che insieme ad altre associazioni hanno organizzato una
marcia di pace che da Samarra in una settimana avrebbe raggiunto
Bagdad lunedì 17 e che avrebbe dovuto concludersi con la
posa di centinaia di candele sul fiume Tigri.
Abbiamo partecipato insieme alle donne irakene alla manifestazione
dell'8 marzo che si è naturalmente trasformata in una manifestazione
per la pace. Le donne ci hanno avvicinato con questa domanda:
tell us why? perchè la guerra? , perché ancora bombardamenti,
perché i nostri figli debbono morire militari? Come faccio
a negare mio figlio alla patria aggredita? Guardatevi intorno
e diteci che cosa possiamo darvi di più! Anche i giornalisti
di testate locali hanno chiesto di parlare con noi e ci hanno
chiesto quali erano le motivazioni che ci spingevano a quell'atto
di solidarietà del quale ci ringraziavano commossi.
Interessante è stato partecipare ad una riunione degli
scudi umani in vista dell'incontro con il responsabile dell'Associazione
Pace e solidarietà irakena dr Al-Hashmi; giovani e meno
giovani provenienti da tutto il mondo, ognuno con una spinta emotiva
personale contro il neoliberismo, ognuno con una 'guerra' da combattere,
un universo di discontinuità niente affatto abbattuto e
motivato ad andare avanti ma sicuramente non con la vocazione
al martirio.
Più o meno una riunione di forum solo nella terra di Babilonia
in cui le lingua si sono confuse.
La delegazione poi ha portato peluche ai bambini ricoverati nell'ospedale
di Baquba, una città un centinaio di Km a nord della capitale,
dove la drammaticità di 12 anni di criminale embargo mostra
la sua faccia: niente medicine, niente lenzuola, dove si appalesa
la regressione di standard di vita certo non da terzo mondo. Frutto
non di miseria ma di ricatto ingiustificato. Siamo andati anche
in una scuola dove abbiamo lasciato una bandiera colorata. Una
scuola con campo da basket ma dove mancano penne e quaderni. La
carte è un bene preziosissimo da quelle parti.
Le bandiere colorate della pace hanno riscosso grande successo
e sono state richiestissime da tutti. Last but non least: l'ambasciata
italiana, pur informata tempestivamente della nostra presenza
e dietro esplicita richiesta di essere informati di qualsiasi
cambiamento di situazione, ha lasciato il paese senza informare
nessuno degli italiani presenti a Baghdad.
Una missione difficile densa di interrogativi ma che possiamo
dire portata a termine. Siamo tornati il 14 come previsto con
la speranza che la follia umana possa essere fermata con la forza
dell'intelligenza e della memoria ma questi sono valori che una
nazione con meno di 300 anni di vita e nutrita con lo sterminio
delle popolazioni native amerinde sicuramente non può provare.
come fu per il Lakota, Apache, Piedi neri l'unico irakeno buono
è quello morto
La delegazione italiana a Baghdad 7/14 marzo 2003